Regina Josè Galindo, LA OVEJA NEGRA _ LA PECORA NERA

Regina Josè Galindo
LA OVEJA NEGRA _ LA PECORA NERA

performance e video
31 maggio 2014, Colle di Sant’Ermacora, Udine / MACRO Testaccio, Roma
RAVE East Village Artist Residency 2014

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La oveja negra – Regina Josè Galindo 2014. Photo Tiziana Pers – RAVE 2014


 

Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio…
Pier Paolo Pasolini

In un lontano paese visse molti anni fa una Pecora nera. Fu fucilata. Un secolo più tardi, il gregge pentito le dedicò una statua equestre che effettivamente fece bella figura nel parco. Così, in seguito, ogni volta che apparvero pecore nere furono prontamente passate per le armi, affinché le future generazioni di pecore comuni e contemporanee potessero esercitarsi allo stesso modo con la scultura.
Augusto Monterroso

 

Le parole di Pasolini, pronunciate nella sua ultima intervista il giorno prima di essere ucciso, nell’immaginario di Regina Josè Galindo trovano il proprio naturale contraltare nella tagliente considerazione dello scrittore Monterroso.
LA OVEJA NEGRA _ LA PECORA NERA rappresenta la prima azione nel percorso dell’artista in cui l’alterità animale diventa centrale. E lo è in una doppia veste: se da un lato la pecora nera si fa metafora del diverso, dell’outsider, dell’intellettuale dissidente che non può essere ridotto al silenzio (in senso biografico e sociale al tempo stesso, come solo ai grandi artisti è dato fare) la pecora nera è altrettanto ‘il più diverso, l’altro, il mostruosamente altro, l’altro irriconoscibile’ (da Jacques Derrida La Bestia e il Sovrano). La pecora nera è l’altro da noi, e per l’essere umano ogni animale in fondo è una pecora nera.
Il 31 maggio 2014, in un meraviglioso bosco sul Colle di Sant’Ermacora (Udine), si è svolta la performance La oveja negra di Regina José Galindo, artista in residenza RAVE East Village Artist Residency.
La Galindo, che nelle sue performance ha sempre affrontato il dolore di coloro che il potere voleva ridurre al silenzio e all’oblìo, qui ridona una forte voce agli ultimi per eccellenza: gli animali. ‘Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali’ (Max Horkheimer, Il grattacielo, da Crepuscolo).
E la Galindo lo fa in modo fisico, e concreto. L’artista diventa monumento vivente. Si fa scultura pulsante e immota, radicata nella nuda terra. Per un’ora i suoi arti restano interrati e lei assume le sembianze antropomorfe di una pecora dai capelli scuri, in una ibridazione impossibile. L’artista viva, ma fatta pietra, come monumento alle pecore nere di ogni tempo, alle voci alto levate che per questo furono ‘passate per le armi’.
Insieme a lei una dozzina di pecore salvate dal macello, con i propri agnellini, condividono il momento. Abituate da tempo a vivere in completa libertà su di una vasta collina gestita da un’attivista, vedono il temporaneo margine di un recinto costruito per la performance all’interno di una conca naturale, un anfiteatro adatto a rituali pagani, dove il simulacro è umano. Ma gli animali non sono attori, non seguono un copione prestabilito, e soprattutto non conoscono finzione. Durante l’azione belano, corrono, restano immobili, intimorite dalla ‘scultura’, dall’umano reso inoffensivo, e provano curiosità, si avvicinano a Regina, abbattendo le barriere della diffidenza, la sfiorano, la annusano, in un contatto diverso.
Nel silenzio assoluto anche del pubblico, il belato delle pecore si impone nella vallata. Tutto fa parte della performance. E le loro voci non restano soffocate.
Sul finire della performance un agnello inizia a chiamare. Il suo grido d’accusa è forte. E, quando anche lui tace, il portone viene aperto e tutti gli animali scappano verso le colline che erano state loro temporaneamente tolte. Mentre l’artista rimane sola nel recinto, in un ribaltamento di prospettiva: la voce viene resa a chi è abitualmente negata.
‘Todos los caminos conducen a Roma’ è un detto utilizzato persino in Guatemala. E così come la voce di Pasolini dal Friuli è andata a Roma, così come nella performance della Galindo Caminos, dove tutte le strade portano alla vita e tutte le strade portano alla morte, la voce delle pecore durante la performance viene trasmessa in diretta streaming al Museo MACRO Testaccio, l’ex mattatoio romano. I macelli sono costruzioni che si preferisce tenere lontani dalla vista, proprio allo scopo di poter reificare i corpi e giustificare socialmente la mattanza. Ma qui l’arte si è riappropriata di un luogo di morte, e vi riporta il suono vitale delle voci diffuso e amplificato. E al tempo stesso non sono voci destinate al dolore, ma sottratte dal dolore.
Le azioni di Regina costituiscono, nelle sue parole, dei rituali di ‘psicomagia’. Forse in questo caso più che in altri il ribaltamento delle consuetudini, nella forza del suo gesto evocativo, è completo. L’artista ci porta a nuove prospettive per guardare al monumento alla pecora nera, viva, al pensiero diverso, vivo, e presente: la resilienza, la capacità di vedere i cambiamenti come sfida e come opportunità, si fa resistenza contemporanea.

Tiziana Pers

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Regina Josè Galindo
LA OVEJA NEGRA
performance e video
31 maggio 2014
Colle di Sant’Ermacora, Udine
a cura di Tiziana Pers
MACRO Testaccio, Roma
a cura di Benedetta Carpi De Resmini
RAVE East Village Artist Residency 2014

Il progetto LA OVEJA NEGRA di Regina Josè Galindo è stato ideato e realizzato per il programma RAVE East Village Artist Residency 2014 con il supporto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con MACRO Testaccio, Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Trieste Contemporanea, L’Officina, Gallinae in Fabula, Chej di Sant’Ermacore e OIPA Organizzazione Internazionale Protezione Animali.
Main partner Vulcano unità di produzione contemporanea.
Si ringrazia Ida Pisani _ Prometogallery e Coordinamento Antispecista Roma