RAVE around Seoul

2.9—5.11.2017

 RAVE around SEOUL

Tiziana and Isabella Pers

 Within the Architecture of Intelligence by Giuseppe Stampone

Curated by Helen Hejung Choi

Texts by Leonardo Caffo, Daniele Capra, Giuliana Carbi, Nico Covre, Mylène Ferrand, Pietro Gaglianò, Valentina Sonzogni.

If, while we eat, we destroy living beings or the environment, we are eating the flesh of our own sons and daughters. We need to look deeply together and discuss how to eat, what to eat, and what to resist.

Thich Nhat Hanh

Per la Biennale dell’Architettura di Seoul, nell’ambito dellla Grande Mappa di Giuseppe Stampone, Tiziana e Isabella Pers presentano RAVE AROUND SEOUL.

Consiste nell’esportare la pratica di RAVE contestualizzandola in altri luoghi verdi dall’altra parte del pianeta: tramite il disegno le due artiste portano gli animali salvati a RAVE dalla macellazione o da altre situazioni di sofferenza all’interno dei magniifici parchi pubblici di Seoul.

Considerare gli effetti dell’Antropocene e valutarne le conseguenze sul cibo significa vedere la possibilità di un’era post umana capace di abbandonare il paradigma dell’antropocentrismo in favore di modelli di coesistenza con un forte interesse verso una prospettiva biocentrica.

Noi non siamo in grado di prevedere le forme e i modi di vivere dell’umanità del domani, ma possiamo praticare vie alternative, differenti dal modello dominante.

Il disegno permette di collocare altri animali nel centro della città, non più allevati per diventare cibo, o imprigionati, ma totalmente liberi, in uno spostamento surreale: l’accennata suggestione di  un’evocata utopia. Da un piccolo paese della campagna friulana tutti questi esseri viventi diventano parte degli abitanti di Seoul come ‘immagini di resistenza’.

I testi di Leonardo Caffo, Daniele Capra, Giuliana Carbi, Nico Covre, Mylène Ferrand, Pietro Gaglianò e Valentina Sonzogni fanno parte del progetto.

Architecture of Intelligence

Giuseppe Stampone

di Pietro Gaglianò

Come Rosa Parks

La prassi produttivista e consumista di tutte le culture di ascendenza, o assimilazione, europea e nordamericana sono affette da una forma di miopia, paradossale e ottimista, che le porta a ridurre il rapporto con l’ambiente a un mero scambio funzionale. L’interazione  con la natura si traduce in un saccheggio indiscriminato di qualsiasi risorsa o nell’inscrizione della natura stessa in una cornice decorativa, uno scenario per vacanze, un esotismo addomesticato che adorna gli spazi privati e circoscritte aree dello spazio urbano. Mentre tutto questo accade, nell’insipienza dei più e nella colpevole responsabilità di tutti, la crisi derivata da questo sfruttamento è alla radice della maggior parte delle crisi umanitarie, dei conflitti sociali, delle catastrofi che interessano il pianeta su scala globale.

Il lavoro dell’artista, accorto del fatto che i cambiamenti su larga scala hanno il loro principio nelle scelte e nelle azioni individuali, si situa con sempre maggiore lucidità nell’indicazione di pratiche, in gesti trasformativi e nella creazione di scenari che possano investire le soggettività con un senso di responsabilità e con un rinnovato rispetto della propria posizione in seno alle politiche locali e globali di governo del territorio. Le Architectures of Intelligence di Giuseppe Stampone, procedono esattamente da questa prospettiva, coinvolgendo altri autori e attori meno convenzionali in processi di creazione innervati da un acuto spirito pedagogico.

Si tratta di operazioni complesse che meticciano pratiche formative, rigorosamente fondate su un rapporto peer to peer tra gli interlocutori coinvolti, in cui il dispiegarsi stesso dell’azione formativa, il percorso di ascolto reciproco, l’impegno collettivo e individuale costituiscono la forma essenziale della creazione artistica. L’aspetto visibile, il “precipitato formale” che si agglutina nel display finale, è solo un esito che discende dall’energia intelligente scaturita dal processo. L’intelligenza che è sostanza, motore e scenario di queste architetture, ha le sue strutture portanti nelle relazioni tra i soggetti, e nelle connessioni che questi saranno capaci di attivare.

A partire dalla frase di Rem Koolhas che descrive la capitale sudcoreana come una Manhattan con le Alpi, Stampone realizza una nuova Architecture of Intelligence incentrata sul rapporto tra lo spazio urbano e gli ecosistemi che lo circondano. Una delle maggiori e più sofisticate megalopoli asiatiche, dove la tecnologia più aggiornata tenta una convivenza con l’ambiente, ispira all’artista italiano la creazione di una mappa partecipativa che si inserisce nella sua recente ricerca. Stampone ha chiesto a dieci persone, tra artisti e intellettuali a lui vicini per vocazione etica e condivisione progettuale, di elaborare altrettante proposte realizzabili che, nel loro esito formale, verranno inserite in una grande mappa concettuale. Il focus dell’azione sono quelli che l’artista ha individuato come i “punti deboli” tra la città e il contesto naturale. Quegli spazi che condividono elementi dei “non luoghi” di Marc Augé e del Terzo paesaggio di Gilles Clement. Luoghi in cui la frizione tra la civiltà e l’ambiente è più visibile, l’equilibrio più delicato e instabile, le conseguenze di ogni scelta di maggiore portata. Contestualmente a questa mappa, Giuseppe Stampone ha condotto un laboratorio con bambini per la creazione di un “abecedario” in lingua coreana, visibile in mostra a fianco al video che illustra l’intero processo e alla mappa partecipativa che prevede i contributi di:

Stefano Boccalino,  Jota Castro, CCD Studio, Pietro Gaglianò, Igor Grubic, Ugo La Pietra, Stefania Gallegati , Marco Neri, OBRA Architects, Paolo Parisi, Simona Pavone,  Alfredo Pirri,  Isabella Pers and Tiziana Pers (RAVE),  Marinella Senatore,   Lorenzo Scotto di Luzio.

 http://giuseppestampone.com/2017-seoul-biennale-of-architecture-and-urbanism/

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C’è un luogo del mondo, in Italia, dove ciò che possiamo chiamare “anticipazione” prende forma. Anticipare significa portare un pezzo di futuro, quel pezzo che si chiama progresso, all’interno del tempo presente: di quello che Isabella Pers chiamerebbe “present”, un dono. Rave, tra i borghi friulani, è il territorio entro cui una nuova forma di vita, né più umana né più animale, ripopola lo spazio utopico della biodiversità delle forme di esistenza. Tiziana Pers, proprio insieme a Isabella, ha contribuito a portare agli occhi di chi ancora non è in grado di immaginare uno stato di cose diverso da quello maggioritario che cosa possa significare vivere in pace con tutte le altre creature e tutto ciò, come è evidente, non poteva che avvenire attraverso l’arte: lo strumento privilegiato della filosofia visionaria. Rave è la possibilità per una specie di andare oltre se stessa.

Leonardo Caffo, filosofo

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Il profumo della libertà

Rave è un piccolo ritaglio di campagna nel nord Italia abitato da animali domestici – salvati dall’industria alimentare grazie all’arte – che non sottostanno alle leggi utilitaristiche del mondo moderno e del capitalismo. Essi vivono in un fortunato stato di armonia e tranquillità senza imposizioni. La vita è dolce, il tempo non si misura e gli obblighi sono solo quelli della convivenza: si vive in un’atmosfera di pace simile alla fortunata condizione del giardino dell’Eden, all’uomo contemporaneo sconosciuta.

Rave è un piccolo recinto in cui la vita è sacra e segue le leggi della natura, talvolta feroci, ma più spesso con buon senso. Qui gli animali non sono bestie. I cavalli non devono trainare carri, gli asini non devono portare pesi né le pecore devono produrre lana. È anche un rifugio per gli uomini che non riescono a sopportare il mondo vergognoso in cui viviamo, uno spazio che ospita una piccola utopia, a portata di mano. Si sente sin da distante il profumo della libertà.

Daniele Capra, curatore indipendente

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All’aria aperta, troppa energia. Strano per un artista o un curatore uscire dallo studio e dai pensieri che lì concentrano. Isabella e Tiziana Pers hanno fondato un progetto che li chiama ad uscire anche da tutti gli schemi di sistema. Può succedere sotto un grande gelso dal quale prendere di tanto in tanto qualche mora o al limite di un paddock della residenza. Pascolo umano sorprendente: quei pensieri diventano scambio e patrimonio operante e accade una nuova edizione di RAVE.

Giuliana Carbi, storica dell’arte e direttrice di Trieste Contemporanea

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RAVE incrocia due sguardi differenti, arte e pensiero biocentrico, il cui punto d’incontro ci racconta, e ci ricorda, una storia d’uguaglianza. Ma soprattutto RAVE quest’uguaglianza riesce a farcela vivere, regalando, a chi ha la fortuna di essere capitato almeno o una volta in residenza, un’esperienza vera e tangibile in una terra solida e concreta come la campagna friulana. Un frammento nello spazio e nel tempo si cristallizza così in cui una sensazione pura e scintillante: stiamo bene, stiamo tutti bene insieme. Che tu abbia la coda oppure o no.

Nico Covre, creative director, Vulcano

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E se ascoltassimo gli artisti, la loro indignazione e la sola forza delle loro idee? Se aprissimo la nostra grande immaginazione, cosa accadrebbe? Rave non è solo un progetto artistico collaborativo, pioniere e unico al mondo, è parimenti un manifesto e un’opera d’arte. Disprezza il mito dell’autonomia dell’arte e conta piuttosto sulla propria capacità per un mutamento sociale. L’azione è al cuore dell’opera, le soluzioni sono proposte dagli artisti per mettere la parola fine alla guerra portata contro « gli altri », ivi compresi quelli di specie differenti. Alcuni animali sono stati davvero salvati, ed è necessario occuparsene ogni giorno, nutrirli, trovare i fondi, cooperare con essi, ecc. Qui la teoria cerca di essere in accordo con la pratica e la creazione si congiunge all’etica e alla politica. E se l’arte fosse sempre stata al servizio della vita? Come ripensare le nostre relazioni interspecifiche e creare le condizioni di una coesistenza quale quella prefigurata in Zoopolis (1) fino a coinvolgere l’urbanistica e l’architettura?

Chi può sapere dove ci porteranno i nostri sogni…

Mylène Ferrand, curatrice indipendente

Tiziana Pers_RAVE around Seoul _ Chico web

Non chiamatela utopia

Se Rosa Parks non avesse immaginato che un’altra realtà fosse possibile, quel giorno del 1955 si sarebbe alzata dal posto “riservato ai bianchi” su un autobus di Montgomery, Alabama. La lotta contro la segregazione razziale sarebbe stata ancora lunga sul piano normativo, e ogni giorno bisogna lottare perché l’uguaglianza sia effettiva, non solo legale ma culturale. Ma senza l’azzardo immaginativo di Rosa Parks saremmo più deboli, qualche passo indietro.

Rave si fonda sullo stesso scandalo, un inciampo in quella prassi dell’abuso considerato consuetudine. Sappiamo che la strada per un mondo antispecista è lunga, lunghissima. Ma Rave c’è, per fortuna. La giustizia ha bisogno di immaginazione.

Pietro Gaglianò, critico e curatore indipendente